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LE BANCHE SALVANO De BENEDETTI MA NON I PICCOLI IMPRENDITORI

Secondo Giovanni Bazoli il «capitalismo di relazione» non è da buttar via. E comunque non sarebbe la causa dei fallimenti del sistema economico e finanziario italiano. Un ragionamento articolato, quasi una difesa d’ufficio del settore bancario, che il presidente di IntesaSanpaolo, lunedì scorso, ha squadernato sulle colonne dell’autorevole Financial Times. A meno di 48 ore dalle dichiarazioni del «decano» dei banchieri rilasciate al quotidiano britannico, ecco che dentro i nostri confini esplode il caso Sorgenia. Probabilmente la rappresentazione plastica di quel capitalismo di relazione spalleggiato pochi giorni fa proprio da Bazoli.  Sta di fatto che la società attiva nell’energia di proprietà del gruppo Cir – che fa capo alla famiglia di Carlo De Benedetti – è sempre più vicina al dissesto finanziario e si appresta a essere «salvata» dalle banche che l’hanno sostenuta con linee di credito che sfiorano i 2 miliardi di euro (1,9 per l’esattezza). Una montagna di denaro che Sorgenia non è in grado di restituire da un pezzo. Di qui la soluzione, fondata con ogni probabilità sulle buone «relazioni» tra gli azionisti Cir e i top manager degli istituti di credito. Relazioni che fanno la differenza: di solito, un’impresa insolvente (cioè che non paga i fornitori e che non rimborsa le rate dei prestiti) alza bandiera bianca, con i creditori che a un certo punto la costringono a portare i libri in tribunale, col rischio di fallimento. Un traguardo che per Sorgenia sembrava davvero vicino: lo scorso dicembre, l’amministratore delegato, Andrea Magoni, ha lanciato l’allarme rosso. Magoni chiese alle banche una moratoria (un congelamento delle rate dei finanziamenti) fino a luglio e rivelò che la società aveva «autonomia finanziaria di circa un mese».
Il termine è ampiamente scaduto e ora si cerca di correre ai ripari. Come? Con le relazioni, appunto. Nell’affaire della spa dei De Benedetti c’è la «crema» del sistema bancario italiano: Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubibanca, Banca popolare di Milano, Banco Popolare. Le prime sei banche italiane, probabilmente, negli scorsi anni si sono messe in fila pur di concedere linee di credito all’Ingegnere. L’istituto più esposto è Mps con 600 milioni che peraltro è azionista della società guidata da Magoni con l’1,21%. Una piccolissima quota destinata a crescere sensibilmente. L’accordo attorno al quale si sta discutendo – e che ieri è stato oggetto di una riunione telefonica – prevede infatti che le banche convertano il credito in azioni.

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I dettagli sono ancora in corso di definizione. Ma la sostanza è che i banchieri stanno aprendo un super paracadute per De Benedetti. A fronte del regalo, però, gli istituti vorrebbero dalla Cir un impegno maggiore: per salvare Sorgenia chiedono che nella ricapitalizzazione Cir versi da 200 a 300 milioni, il doppio o il triplo di quanto la holding era disposta a mettere sul tavolo, appena 100 milioni. La richiesta delle banche si fonda anche sulla liquidità incassata dalla famiglia De Benedetti con il Lodo Mondadori che portò la Fininvest di Silvio Berlusconi a staccare un assegno da 494 milioni. Al momento non è chiaro quanto sia rimasto in cassa di quella somma, ma le banche pretendono uno sforzo aggiuntivo. I tempi sono lunghi. Non a caso, ieri, l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, ha escluso soluzioni a breve affermando che sono «solo all’inizio della discussione». Per lunedì prossimo è stato fissato un nuovo appuntamento, questa volta tra le banche e il board della società. Mentre il 5 marzo c’è un cda ritenuto decisivo di Sorgenia.
La conversione del credito in azioni, comunque, non riguarderebbe l’intero indebitamento, cioè 1,9 miliardi, ma solo una parte, circa 500 milioni. La questione, per ora, è sul tavolo della banca d’affari Rotschild. Che, tuttavia, non può escludere ipotesi più estreme, con le banche che potrebbero diventare le azioniste di maggioranza del gruppo di energia, in caso di mancato accordo. De Benedetti non ha molte chance. Peraltro, il socio austriaco della Cir, Verbund (che ha il 49% di Sorgenia), si è sfilato e non è disposto a mettere mano al portafoglio. La holding, allo stesso tempo, deve tener conto degli interessi di tutti gli azionisti e non riuscirà a smobilitare i quattrini chiesti dalle banche. Cir ha le mani legate e potrebbe trovare addirittura conveniente il disimpegno da Sorgenia: la svalutazione a zero della partecipazione sarebbe forse la soluzione meno dolorosa. Uno scenario che, come accennato, potrebbe costringere gli istituti a «ingoiare» Sorgenia togliendo la castagna dal fuoco a De Benedetti.
C’è da dire che l’operazione banche-Sorgenia avrebbe fatto meno rumore in un periodo di crescita economica. Oggi passa meno inosservata, invece, perché arriva dopo un anno in cui i prestiti alle imprese e alle famiglie, dati Banca d’Italia alla mano, sono crollati di 55 miliardi.

E la fetta maggiore delle aziende che trova sempre i rubinetti chiusi allo sportello non può contare su buone «relazioni». Con buona pace dei banchieri che ancora si ostinano a difendere il sistema bancario.

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